venerdì 30 dicembre 2011

ci siamo arrabbiati - parte 3

"A volte sono arrabbiato. Mi chiedo che diritto tu abbia di fare tutto questo. Vorrei ucciderti. L'ho pensato. So che questa lettera un domani, qualora tu dovessi morire, potrà essere usata come prova. Io però non voglio ucciderti e forse questa frase potrà scagionarmi. Un giorno avrei potuto fare irruzione, anzi, sarei potuto rientrare anzitempo, visto che sei tu ad essere a casa mia e magari ti avrei trovato lì, con i tuoi glutei contratti e due gambe divaricate che conosco benissimo con il piede numero trentotto e lo smalto rosso sulle unghie a fare capolino dalla tua figura stantuffante.
Io non so che cosa avrei fatto in quel momento, non ho mai programmato le mie reazioni, né, come molti fanno, ho mai simulato dialoghi che eventualmente potrebbero avvenire. Tu stai leggendo questa lettera, quindi magari l'effetto sorpresa potrebbe svanire. 
Avresti paura di me? Se mi incontrassi, intendo. Sai come sono fatto: ci sono almeno una trentina di foto mie, sue, mie e sue disseminate per l'appartamento. Ti sarai fatto un'idea di me. E' minaccioso, è una checca, è un maniaco omicida.
Magari mi vedi come Michael Douglas, o Jim Carrey. Anzi, meglio Jim Carrey, dopotutto in quel film era cornuto anche lui. Sua moglie si faceva scopare da un negro nano. Dico, un negro nano.
E su questo punto apro una parentesi, perché non so per quale ragione ma ci sono aspetti di te che potrebbero addolcire la pillola, se tu le possedessi: cioé se tu tendessi all'estremo, in qualche tua caratteristica, giustificherei parzialmente questa tresca. 'sai, g. è così terribilmente brutto/bello/sporco/biondo/alto che ho provato qualche scintilla irrazionale durata tutto questo tempo'."
questa è la parte della lettera che ho scritto a g. quando è suonato il campanello, quando è iniziato a piovere e un uomo in cerata e casco integrale mi ha consegnato una quattro formaggi ben cotta con olio piccante.

g. è l'amante di mia moglie, che si scopra regolarmente da circa un anno. a casa nostra. nel nostro letto.

stavo facendo la fila al supermercato e sento delle urla, poi un rumore di vetri rotti, vengo spintonato, cado a terra in una pozza unta.
un uomo urla brandendo una bottiglia di olio di sansa di oliva lamentando il fatto che con il suo stipendio non può permettersi dell'olio serio per i suoi figli.
la sansa di olive è praticamente il fondo del raccolto, il buco del culo di qualsiasi raccolto, per l'esattezza. fanno l'olio extravergine, ciò che rimane è la sansa che deve subire dei trattamenti di tipo chimico e deve essere mescolata ad altro olio di seconda scelta per diventare commestibile. l'uomo non è da solo, ci sono altri individui riottosi che scelgono e gettano bottiglie di vino, salse di pomodoro, liquori da sfasciare sul pavimento. mi muovo in mezzo a frammenti di vetro e sento il sapore del sangue nella mia bocca, ma potrebbe essere anche salsa di pomodoro.

"indignamoci!" - "ingiustizia!" - "ribelliamoci!" 

un anonimo passante disteso in un bloody mary gigante, questo ero.
riesco ad udire qualche parola e qualche patetico proclama che sembra preso da qualche film sfigatello di sinistra dove si inneggia alla rivoluzione, disteso in mezzo alla lotta continua del mezzo chilo di pasta, dell'olio d'oliva, del succo di frutta, del detergente intimo, della passata di pomodoro. la gente cercava di passare calpestando pezzi di vetro, ma non riuscivo a capire se a parte me e ai due cassieri del discount ci fosse rimasto qualcuno ancora in grado di ragionare. 
poi degli scarponi calpestano dei pezzi di vetro e sento un colpo secco alla base della nuca.
poi un altro.
e un altro. 
dopo un trauma cranico e quindici giorni di ospedale vengo invitato ad una festa a casa di amici di amici che hanno saputo di cosa mi è capitato e vogliono far sì che io trascorra una serata tranquilla.
chi doveva venire a prendermi mi dà buca, ma la fame di vita sociale che ho fa sì che circa sei ore dopo essere stato dimesso mi rechi in un appartamento centralissimo: la serata non è propriamente una festa, sembra più di stare ad un circolo ricreativo.
entro in una stanza salutando timidamente, ma non appena apro bocca mi viene chiesto di fare silenzio: venti persone in piedi, un'enorme tv dove si vedono due individui che parlano in inglese (american english). tutti stanno seguendo molto attentamente questa rappresentazione.
i due tizi, incravattati, anonimi, su sfondo bianco, dicono cose sul fatto che jimi hendrix è nato negli stati uniti e poi è emigrato a londra e che lemmy dei motorhead è nato a londra ed è emigrato negli stati uniti, poi parlano di cibo, poi parlano di renoir, poi parlano di alan shearer.
un tizio, fra i presenti, interrompe la riproduzione del video


"OK. ORA DITEMI QUALE DEI DUE SIGNORI NON E' NEWYORKESE. E PERCHE'. AVETE TRE MINUTI PER RISPONDERE. COME GIA' DETTO DOVETE SCRIVERE LA RISPOSTA SUL ROTOLINO DI CARTA CHE VI E' STATO DATO CHE POI MI CONSEGNERETE, PIEGATO, CON IL VOSTRO NOME BEN VISIBILE"

viene dato uno straccetto di carta anche a me.

lunedì 26 dicembre 2011

che giornata strana è stata - parte2

"la mia priorità è sempre stata quella di renderla felice. Mi rendo conto, mio malgrado, che a volte la felicità altrui mostra un conto salato da pagare. Tanto più è l'amore, tanto più è il sacrificio."
questa è la penultima frase che ho scritto nella lettera indirizzata a g.

g. è l'amante di mia moglie, che si scopa regolarmente da circa un anno. a casa nostra. nel nostro letto.
assume del disulfiram.
credo che siano già arrivati alle confidenze, al momento in cui si spogliano oltre che dei vestiti e dei liquami corporei anche delle tristi esperienze passate, trascorse: lui è un alcolista. oppure ha a che fare con degli alcolisti.
magari è un medico.
un terapeuta.
ma il disulfiram si può prescrivere così e poi un alcolista se lo va a prendere in farmacia? a questi poveracci on viene somministrato coattivamente dopo che hanno raccontato la propria esperienza in cerchio?

se fosse un medico capirei i tempi molto morbidi, morbidi quanto la vagina di mia moglie dove lui alberga. se fosse un alcolista capirei altrettanto bene, magari è disoccupato: la notte si piscia addosso in qualche bar di fattoni vicino al centro.

anna è una persona fantastica. al contrario di me ha due lati della propria personalità piuttosto antitetici. sa essere una serpe al lavoro, ma ha un innato spirito da crocerossina. ecco quindi spiegato il perché dovrebbe scopare un alcolista.

gli avrà parlato di me?
rideranno di come ansimo? delle frasi che dico a letto?
di quando ho fatto cilecca?
scherzerà delle mie perversioni? lo guarderà negli occhi come guarda me?

a letto credo di difendermi abbastanza bene. oddio, non sarei cornuto da oltre un anno se mi difendessi abbastanza bene, ma magari lui si difende semplicemente meglio di me, il che non implica che io non sappia difendermi.
difendersi è stare sulla difensiva e parlando di come scopo forse sto in qualche modo già rivolgendo un j'accuse nei confronti delle mie gonadi.
o magari no.
però, insomma, al liceo mi divertivo un sacco e nessuna si è mai lamentata.
"nessuna si è mai lamentata" è parlare per stereotipi. lo diciamo spesso quando in realtà l'esistenza, l'esperienza non ci ha messo difronte riscontri inconfutabili.
a letto non si chiede mai "ti è piaciuto?", quindi non è che abbia prove tangibili: però chi più chi meno tutte ansimavano, tutte mugolavano, a tutte, più o meno, ripeto: più o meno. a tutte, più o meno si umettava la vagina.
anche all'università ho fatto le mie conquiste. oltretutto ho sempre avuto donne molto appetibili.
conquistai elisa.
elisa era pisellocentrica. ovverosia, con lo stesso principio per il quale la bussola indica il nord magnetico, così tutti i cazzi indicavano elisa.
elisa aveva dei lunghi capelli castani, con riflessi ramati e arricciati verso le punte.
miscelava l'occhio azzurro a dei tratti vagamente orientaleggianti.
aveva delle lunghissime gambe estremamente lisce e sempre perfettamente depilate.
anzi, elisa non aveva peli.

il contrabassista del mio quartetto è Il Figo. tutte vogliono lui. tutte si girano verso di lui.
ci sa fare, fa ridere le donne, di lui dicono oltretutto sia molto dotato. chi diceva che le dimensioni non contano?

arriviamo in un locale una sera, uno con un esame di semiotica appena superato e io reduce da chissà che cazzo. 

al locale davano il karaoke ed elisa ci si avvicina alla ricerca della voce maschile in un pezzo che andava cantato in due.
ovviamente chiese prima al contrabassista ed in egli trovò la seconda voce, in me trovò un microfono di carne cruda qualche ora dopo.
non so nemmeno come finimmo a consumarci i genitali nella mia stanza, ma so che ad un certo punto ho iniziato a bere e a fare battute alle quali tutti ridevano. elisa rideva! ero il re della festa.
ero il re della vagina di elisa.

domenica 25 dicembre 2011

finché morte non ci separi - parte1

"siamo sposati da quasi sei anni e sento di essere ancora molto innamorato di mia moglie", questo è l'epilogo della lettera che ho scritto a g.

g. è l'amante di mia moglie, che si scopa regolarmente da circa un anno. a casa nostra. nel nostro letto.
usa il mio bagno. si pettina con il mio pettine, si lava la faccia con il mio sapone, i denti con il mio dentifricio.
ogni giorno che passa nella mia assoluta finta indifferenza scopro nuovi dettagli di lui. so ad esempio che è castano, che dovrebbe portare i capelli abbastanza lunghi, tanto da usare degli elastici per tenerli raccolti. 
si veste quasi esclusivamente di nero, di grigio, di rosso. non zucchera il caffè. ascolta gli stereophonics.
non so quale mestiere faccia, ma deve essere un disoccupato, o un libero professionista perché io non ho orari fissi, però lui è praticamente ospite fisso della vagina di mia moglie, quando non ci sono.

anna ed io ci siamo conosciuti dieci anni fa nel luogo nel quale due single spesso si incontrano e si piacciono: ad un matrimonio. 
il suo.

non saprei descrivere il nostro rapporto. io sono una persona fondamentalmente tranquilla, credo di non avere troppi grilli per la testa. ho un buon posto di lavoro e quello che faccio mi riesce bene. il mercoledì e il sabato sera suono la batteria in un gruppo jazz: facciamo pezzi nostri e qualche cover. siamo un quartetto e ci conosciamo da quando andavamo alle elementari. 
fisicamente mi difendo. non ho la pancia, ho i capelli. tanto basta a questa età, no?

anna è un reattore atomico. è bella oltre ogni umano confine immaginabile, come ogni donna bella, anna è ambiziosa. cura ogni aspetto della sua persona in maniera meticolosa. il classico esempio di donna odiata dalle altre, ma rispettata da tutti.
nasce come agente immobiliare semplice e ora si occupa di gestire un'intera catena produttiva all'interno della sua azienda.

infatti a spasso sembriamo davvero mal assortiti. provate a mettere assieme graham coxon ed emily blunt, o marty feldman con rita hayworth, piuttosto che peter holdman con yu hazuki, la bella e la bestia, maionese e mostarda, belle and sebastian con husker du.

a casa le decisioni le prendo io: organizzo ogni aspetto della quotidianità domestica. scegliamo assieme la meta delle vacanze, ma poi sono io a prenotare il volo, gli itinerari, i posti dove pernotteremo, i cd da mettere in macchina.
la marca del dentifricio, del detersivo, del sapone intimo sono frutti delle mie scelte.
a chi magari non ha mai -non dico avuto una moglie- ma nemmeno convissuto, so che questi aspetti potrebbero sfiorare il ridicolo, ma in realtà non è così.
se foste consapevoli che questo o quel dentifricio da qui in avanti potrebbe danneggiare irreparabilmente o, al contrario, far risplendere il vostro sorriso e farvi risparmiare molti soldi dal dentista forse vi piacerebbe sapere che dall'altro capo del letto c'è chi pensa a queste cose e che, appunto, non vi dovrete mai più preoccupare del dentifricio.

mescolate anna e me, otterrete un meraviglioso piatto etnico, di un paese non ancora scoperto, cucinato ad arte durante le sagre paesane, ed annunciato da canti, balli, feste.

domenica 11 dicembre 2011

invisible movement

ho pensato alla sceneggiatura del tuo video.

hai buttato giù qualcosa?

no guarda, in realtà mi è venuta in mente una manciata di minuti fa quindi se vuoi te la faccio breve.

fammela breve.

in pratica il pezzo si apre con questo effetto larsen, no?

sì.

ecco, mentre c'è questo fischio si apre la luce di un vano scale e tu fai entrare delle persone in un portone, agevolando il passaggio e indicando una direzione.

ok. poi.

poi inizia la strofa e dirigi tutte queste persone in una stanza e iniziate a fare cose.

quali cose?

trafficate su di un tavolo, su pareti, gesticolate, però l'inquadratura indugia al massimo all'avambraccio e non fa mai vedere che cosa maneggiate. però vi date molto da fare.

molto da fare come?

nel senso che sembra stiate realizzando un qualcosa che preveda una coordinazione fra individui, un gioco di squadra, ma non si capisce cosa in realtà stiate facendo. le immagini devono essere concitate e paradossalmente concretizzare un processo produttivo ben articolato.

la canzone che ho scritto parla di schiavitù emotiva.

la canzone di cui parli parla di processi deduttivi.

parla di schiavitù emotiva. racconta di come siamo schiavi delle nostre personali proiezioni.

parla dei processi deduttivi che ci spingono a vedere ciò che vogliamo vedere. e poi arriva il ritornello.

sì.
poi arriva il ritornello e io urlo al la strofa "drive under the speed limit, resented me when they could no longer recognize". e qui?

e qui... qui ci penso un attimo perché considera che è il parto di un secondo fa. cioé ho tutta l'idea in testa. descrivertela è un casino.

qui la seconda chitarra incalza. i tom sembrano dei mitragliatori. i piatti vengono devastati.

e il processo esecutivo delle persone che sembrano così coordinate mostra delle crepe.

delle crepe.

sì. il tizio "a" perde gli occhiali in un ingranaggio. il tizio "b", chessò, ha delle mani troppo grosse per realizzare il compito che gli viene assegnato, il tizio "c" si altera con il tizio "d" per una sequenza di ragioni.

e tutto questo senza far vedere cosa le persone stiano facendo?

sì.

arriva grosso modo il mio assolo di chitarra.

e qui entrano nella stanza due uomini: uno vestito da coniglio, uno da gerarca nazista.

e...?

e il gerarca nazista aiuta l'uomo senza occhiali, il coniglio assegna un altro compito all'uomo con le mani troppo grandi. assieme poi cercando di mediare e raffreddare gli animi di individuo "c" e individuo "d".

parte un crescendo.

e qui cerco di far capire al pubblico che il tempo sta per scadere. che quello che andava realizzato aveva un tempo di gestazione non infinito. quindi il gruppo comincia a lavorare in fretta e furia.
la pareti della stanza cominciano ad incrinarsi, pezzi di intonaco cadere, esplodono delle tubature. acqua dappertutto. i ragazzi sembrano mollare.

poi il pezzo si conclude con un arpeggio e cosa succede?

succede che i muri portanti si sgretolano. la polvere riempie ogni spazio. la gente continua ad operare, ma viene via via travolta. e succede che ogni cosa viene spazzata via. succede che si vede che cosa i ragazzi stavano realizzando.

e che cosa stavano realizzando?

una caffettiera.

mercoledì 30 novembre 2011

t=0

ogni tanto vorrei esistesse un misuratore personale di sensazioni.
vorrei che ogni emozione avesse un'unità di misura tangibile, che renda più facile la catalogazione di ciò che ognuno sente. che per una volta si potesse affermare con cognizione di causa "sono più felice/triste/incazzato/preoccupato di te".
vorrei poter sapere in un istante di tempo chiamato t=0 quale è in quel momento la persona più triste al mondo, la più preoccupata, l'individuo più felice.
non alludo a cazzate pseudopoetiche o esistenziali, ma penso proprio ad un apparecchio azionato dalla mia mente che fosse in grado di formulare una risposta in un linguaggio a me conosciuto: ordinario e diretto.
"chi in questo momento è divorato dalla propria condizione mentale?"
e su di un display a cristalli liquidi:

"said abdullah, 32 anni, è al capezzale della madre e gli procura ansia il fatto di sapere che da un momento all'altro gli pignoreranno l'automobile".

qual è la persona più felice del mondo?

"graham larrik, 43 anni, ha appena ritrovato la figlia del fratello minore che gli era stata affidata per un pomeriggio autunnale e che aveva perso di vista nel parco per trenta interminabili minuti. ha sentito un devastante suono di sirene, stava già pensando al peggio, a dover ammettere colpe, a dover essere fagocitato dai propri sensi di colpa per il resto dei suoi giorni e invece. e invece la bambina era sotto ad una quercia con un mazzo di margherite".

oppure

"laura, 23 anni, sta discutendo la tesi"

"kim, prima passeggiata da solo a camden town: si sente davvero cosmopolita, adesso. e crede che se la ragazza con cui ha trascorso molte mattinate raggelanti lo vedesse in quell'istante, potrebbe apparire ad ella sessualmente appetibile".

and so on.

vorrei avere a portata di mano il sesso del mondo.
vorrei avere monitor a sufficienza per vedere quanti amplessi si stanno consumando simultaneamente nel momento t=0, che poi magari potrebbe corrispondere tranquillamente all'istante in cui mi trovo nella condizione diametralmente opposta ad un'erezione o ad un qualsiasi desiderio carnale. ogni monitor dovrebbe fornire adeguate coordinate audio-video. vorrei sentire i respiri, i gemiti di tutti i fornicatori, in sequenze completamente desincronizzate. e vedere gli scenari.
su di un letto anonimo in una casa popolare a dublino, sulla spiaggia a capocotta, su di una lavatrice a boston, in mezzo alle dune del deserto, su di un treno, nel cesso di un pub.
con la luce del giorno, con il tramonto, con luci dei neon, al buio.
vorrei che ogni persona impegnata a scopare in questo istante avesse una micro biografia, a richiesta: sicurezza, ansia da prestazione, prima volta, tradimento, impotenza, grosso godimento unidirezionale, sesso da concepimento, ultimo approccio sessuale di questo assortimento umanoide.

mi piacerebbe possedere anche la morte.chi sta morendo in questo istante?
i monitor dovrebbero visualizzare tutti gli ultimi respiri che nell'istante t=0 testimoniano l'epilogo delle esistenze.
migliaia/milioni di suoni di ultimi respiri sfasati, con immagini: gente circondata da parenti, da sola in luoghi simili al lazzaretto dei promessi sposi, rivoltata in una rimessa abbandonata e giustiziata.
una mescolanza sonora di respiri, rantoli, urla, singhiozzi.

quante volte sfrecciando con un treno vedo un grappolo di palazzi e penso "quante persone staranno scopando dietro a questi formali blocchi di cemento? quanti, sudati, si staranno masturbando? quanti figli temeranno l'ira dei propri padri? chi starà esultando?"
a richiesta apparirebbe un pallino con una luce pulsante color rosso/giallo/viola/arancio posto sull'esterno della facciata in prossimità di ogni singolo appartamento scorgibile, e questo rappresenterebbe ogni attività compiuta nell'istante t=0.

quante volte, sfrecciando in macchina, iniziando a scorgere le eleganti casette di mattoni appena fuori provincia, penso a quante rate mancheranno a questa famiglia per l'estinzione del mutuo. la casa era già loro? sono contenti di vivere lì?
perché questa casa è abbandonata?
quanto sacrificio cela quella staccionata/ quella tenda blu? quante ore di lavoro, quanto sudore, quante dispute sul colore e sulla scelta dei materiali ha comportato quel componimento che nella mia vita è stato presente per una frazione oculare di secondo?

dovrebbe oltretutto essermi possibile ottenere molteplice risposta su un altro carnet di argomenti.
siamo in quattro, siamo seduti e stiamo parlando: chi di noi quattro morirà per primo?
chi di noi sarà il primo a ricevere una notizia terribile?

dovrei poter sapere se ho significato qualcosa anche per l'ultimo fra gli ultimi -in ordine di apparizione-, l'anonimo fra gli anonimi -per grado di importanza-, se in qualche circostanza qualsiasi impulso io abbia fornito con ogni gesto possibile abbia potuto cambiare l'esistenza di questi individui.
vorrei sovrastare gli istanti, così come sovrasto parte della città seduto sul ponte dell'ex ferrovia di campanelle in un qualsiasi venerdì pomeriggio all'imbrunire.

sabato 5 novembre 2011

back to.

Il problema è che là fuori fa troppo freddo o è troppo umido. E il cielo è troppo grigio o troppo spento, o troppo vivo. E il vento soffia troppo forte con lame che tagliano la pelle o non soffia affatto. E il tempo scorre così lentamente da diventare reale e palpabile come un singolo granello di sabbia. Un granello di sabbia per ogni millesimo di secondo. O scorre così veloce che lo senti scivolare via nel tempo che sprechi.
Se accendo il portatile la domenica pomeriggio e scrivo "back to" nel dispenser musicale, lettera dopo lettera i risultati vengono scremati e ridotti all'osso. E quando "back to" è stato scritto completamente vedo una sequenza di canzoni che potrebbero tranquillamente appartenerci.

Dominavamo la città in quella notte di luglio, sul colle. Eravamo scalzi e seduti sull'erba.
Puntini luminosi color arancio, rosso, bianco, verde, fra spazi neri, disegnavano la dinamica del groviglio urbano che portavamo sul palmo delle nostre mani intrecciate. Quel groviglio urbano che fino a quella notte ci ha visti come comparse distanti. E poi uniti.
Se avessi saputo qual era la strada da percorrere o le parole da dire, le avrei dette senza esitazione. Le avrei studiate a memoria la sera prima. Se avessi saputo qual era l'immagine di me che avresti voluto avere di fronte mi sarei guardato allo specchio per far sì che essa potesse restare nitida anche dopo quella notte. Anche senza i piedi scalzi. Anche in un caffè del centro, a mezzogiorno.
Se avessi saputo quanto avrei voluto rivedere in ogni altra donna, da quella notte in poi, come può un vestito aderire su di un corpo, sarei rimasto lì a fissarti e non avrei guardato il cielo alla ricerca di cose da dire.
E se avessi saputo che le parole sono solo parole ne avrei messe assieme diverse, senza senso, per scrivere un capitolo senza criterio, ma foneticamente bello.
E tu il giorno dopo avresti letto il capitolo di un libro, avresti parlato con un'amica. E un mese dopo amato un altro uomo o segnato una data sul calendario. E nel libro, nella confidenza dell'amica, nelle parole che un altro uomo ti avrà sussurrato, nel santo del calendario, avresti trovato una mia parola, fra quelle. E qui, ovunque mi fossi trovato, lo avrei saputo.
Sarebbe stato bello se avessi saputo scrivere dei titoli di coda che potessero fermare il tempo. E lo spazio. Invece siamo qui. E aspetto. Che quell'intreccio di mani si sciolga. E che tutto questo diventi abbastanza.

Ciao.

giovedì 29 settembre 2011

smettere di fumare.


ho smesso di fumare otto giorni fa: da x a 0 in un solo giorno.
le prove generali sono avvenute ventiquattrore prima di quel mercoledì 21 settembre 2011. ho smesso alle nove del mattino, sono uscito la sera e me ne avanzavano tre, poi ne ho scroccate altre trenta. ho bevuto, mi sono ubriacato, sono andato a letto. mi sono svegliato con il solito tremendo odore sulle dita.
e così è finita: non per soldi, non per la salute ma solo perché credo sia un vizio che non mi sia mai appartenuto fino in fondo. apprezzavo solo il momento che mi separava dalla paglia, il durante e il dopo non li ho goduti mai, o solo in rarissime e selezionate occasioni.

smettere.
si smette così come si smette di pensare ad una persona.
è come troncare con una ex, ma non una ex e basta, una ex che adesso sta con un rampollo borghese con gli addominali scolpiti, il ciuffo laccato, la battuta pronta e brillante. l'hai persa, sei stato sconfitto sul campo. quindi elabori il lutto e cerchi di togliertela dalla testa completamente perché pensi dapprima che nessun altra sarà come lei e che pensare che era tua e adesso non lo è più ti devasterà per l'intera esistenza, poi subentra l'idea che ne troverai di meglio (e quasi sempre capita. e anche adesso capita).

provo.
provo la sensazione del freddo. il freddo è la prima cosa che un ex fumatore si trova ad affrontare. bevi qualcosa, stai fuori dal locale perché così i tuoi amici possono fumare. le braccia sono gelide ma una volta non te ne accorgevi.
i tuoi amici fumano ed è questo il momento più difficile: la tua ex è lì e davanti a te sta subendo una gang bang devastante, e la gang bang è messa in atto dai tuoi stessi amici. terribile.

sento.
sento i sapori. dicono che smettere di fumare faccia sentire i sapori in maniera più intensa. non lo so.
che significa "più intensa"?
mi rendo conto di avvertire certe tonalità, certe sfumature nel sapore, che mi riportano all'infanzia.

muovo.
muovo me stesso, da una vita, considerando che nasco nella primavera del 1982 muoverò i primi passi verso la fine dello stesso anno. muovo me stesso attraverso i passi oppure striciando nel letto ansimando, muovo me stesso affrontando la forza di gravità, quindi il mio peso che spinge il mio corpo sul cemento, che trasforma una scalinata in un ostacolo da superare. le scale non sono mai state un grosso problema, ma sento un potenziale diverso, è come se avessi di nuovo la capacità di assaggiare l'aria, di amare il concetto di respirare, anche se il fiato è corto.

colgo.
colgo stati d'animo diversi nelle persone con cui mi interfaccio. amici, colleghi, collaboratori, commessi, impiegati, amanti, cortigiane, cavalieri, pagliacci, dementi, nullità, inetti, fenomeni. accendono, spengono, non hanno mai acceso, non capiscono chi accende, hanno già acceso e non accendono più. tutti sono vittime del mio bisogno di esorcizzare questa cosa. la fine di una storia con la stessa donna o un amore che non è mai iniziato.

soffro.
soffro le pene dell'inferno. se scopo, se mi masturbo, se piango, se gesticolo per farmi capire. soffro perché non ho la libertà di averla. non soffro la sua mancanza, soffro il fatto di avere una limitazione apparentemente così stupida ma così marcata.

amo.
amo me stesso, perché sono egocentrico. perché mi piace l'idea di poter affermare che ci sono riuscito. e se ricomincio dirò che ho dimostrato abbastanza a me stesso da poter amare di nuovo la bionda più sciagurata della mia vita.

lunedì 8 agosto 2011

Credo di non aver mai aperto un libro in vita mia,


Non ho mai letto nulla. Nel vero senso della parola. Ho guardato tante figure colorate, un sacco di didascalie in cirillico marchiate su delle profumate copertine, etichette di polli arrosto, loghi di bevande makeruttoniche, una considerevole quantita’ di rilegature. Ma null’altro. Lo giuro. Un giorno mi capito’ di dover uscire a pranzo da una tizia con la quale conversai in metropolitana a proposito della campagna pubblicitaria messa in atto da un noto editore di fumetti porno per feticisti <reggimi il gioco, anche se non profuma>; fu una chiacchierata tutto sommato piacevole, il concretizzarsi della sensazione di averla già vista da qualche parte tenne vivo il mio interesse per il suo farfugliare qualcosa, ma l’impegno, oh, l'impegno col passare dei minuti si dimostro' considerevole; lei condiva i suoi discorsi a suon di paroloni, di laddove, di congetture, di entropie autoindotte, roba che se non leggi i libri non puoi far altro che annuire, accennando magari un sorriso di circostanza (mi grattavo la testa, forse per questo son risultato meno credibile); se non altro era carina, si scartava, si succhiava, si mangiava, ma, perdio, non si leggeva. Fatta ad eccezione per l'inseparabile cartellino con il suo nome_cognome_numerodimatricola (che, vi giuro non lessi, MAI) il quale fini' ai piedi del letto assieme al resto dei vestiti, il giorno del pranzo.
E' stato bello fare all'amore con lei. Scartarla succhiarla mangiarla; fu meno bello restare a digiuno, poiche' travolti dalla passione.
Ma la cosa davvero tragica e' stata la tortura inflittami dal dover sentire la storia della sua vita subito dopo aver consumato; fu un supplizio, specie una persona solare e positiva come me, non ne parliamo.

Me ne stavo rintanato tra le lenzuola di flanella e tenevo gli occhi sbarrati, fissi sul riflesso della luce dell'abajour sul soffitto, architettando nella mia testa un escamotage per levare le tende senza risultare sgarbato, ma lei non esito' a raccontarmi che faceva la maestra all’asilo, che suo marito mori’ sotto il sole riminese circa un anno prima per aver ingerito 15 cl di una birra ghiacciata (di cui non ricordo il nome, ma so per certo che c’era scritto sulla lattina che conservava sul comodino, tra la foto di un terrier bianco, di un'ecografia, e quella del defunto) prosegui' dicendomi che la sua bambina mori' soffocata da una pallina rimbalzina e che, infine, il suo cagnolino venne travolto da un pirata della strada, solo due giorni prima. Il tutto in una sequenza interminabile di parole, scandite soltanto da delle lunghe tirate di sigaretta.
Se le avessi ricordato che il nostro pranzo era ancora sul fuoco, si sarebbe precipitata a preparare qualcos altro, costringendomi a prolungare oltre la mia presenza in quell'angusto bilocale. Non potevo permetterlo.

Quasi rassegnato, intavolai una discussione per rendermi interessante, e, per far trascorrere il tempo il piu' velocemente possibile mi finsi laureando in medicina ed esposi una teoria elaborata dal dottor Guerino Swarzbauer insieme al sottoscritto, la quale prevedeva analogie tra la contrazione dell'utero ed il suono del basso.
Lei non batte' ciglio, ne' si degno' di girarsi dal fianco per ammirare la dimostrazione lenzuolografica della teoria succitata che allestii per rendere piu' credibile cio' che andavo esponendo.

Facevo scorrere tra le mani qualche centimetro di lenzuolo disposto a mo' di buco e, mentre tenevo le labbra socchiuse improvvisando il giro di basso di Smoke on the water, ampliavo la circonferenza della vagina di flanella.
Ma ancora nulla. Silenzio assoluto.
Nella stanza si era espanso l'odore insopportabile del tritato di cipolla abbrustolito ed il debole crepitio di una pancetta che non aveva piu' nulla da dare.
Le speranze di poter uscire presto da quella casa se ne stavano andando in fumo assieme al nostro pranzo.
"vado un attimo in bagno", le dissi, lei non apri' bocca.
Non feci in tempo a dire "sarebbe cortese rispond.." che lei si dispose supina, cominciando a boccheggiare con quell’inequivocabile smorfia decontratta e cadaverica (shhh! stava dormendo, la troia!)

Scesi dal letto in un nanosecondo come un perfetto sciupafemmine, non prima di aver realizzato un fantoccio di fortuna, disponendo verticalmente il cuscino sulla piazza del letto, che fino a poco tempo prima era la mia prigione: mai mossa fu piu' azzeccata.
Pochi istanti dopo essermi alzato la vidi, mentre nel sonno andava a tastoni con il palmo della sua mano nel tentativo di raggiungere il mio corpo. Dal canto mio saltellavo per tentare di infilarmi le scarpe, un po' come avrebbe fatto un cowboy bersaligato ai piedi dai i colpi di pistola dello sceriffo.
Messa la giacca uscii in fretta e furia dalla camera, lasciando la donna tra le braccia di morfeo mentre palpeggiava, estasiata, il suo cuscino. Attraversai il corridoio e finii dritto in cucina. Sui fornelli, stranamente spenti, c'erano una pentola ed un tegame: la prima, originariamente destinata alla pasta, si era quasi totalmente svuotata, nella seconda c'era il soffritto -ahinoi- carbonizzato. Non mi soffermai oltre sul dettaglio, perche' quella maledetta cavalcata delle valchirie, trillo di default del suo nokia 5110, mise in pericolo, con la sua prepotenza, il mio piano di fuga ormai vicino al successo, quindi scappai, prima che lei, sentendo suonare il suo cellulare, potesse alzarsi.
Chiusi la porta silenziosamente con un gesto di chirurgica precisione e me ne andai quatto quatto.
Ero in salvo. Quella donna nuda non poteva piu' farmi nulla. I suoi tristi trascorsi erano un lontano ricordo, ma in fondo sapevo che non era finita li', che quella giornata sarebbe arrivata al termine solamente dopo qualche travaglio. Qualche travaglio ancora.

Nella breve camminata dalla casa della donna alla stazione della metropolitana realizzai dove l'avevo vista. Ebbene si', tutto torno' in un batter d'occhio: ogni anno, verso le festivita' natalizie, per racimolare qualche soldino mi reco in uno dei piu' grossi centri commerciali della regione vestito da Babbo Natale, e assieme a me due impiegati delle poste vestiti da folletti. La prassi vuole che sia il Babbo Batale di turno a racimolare qualche cianfrusaglia dalla propria cantina, per poi donarla ai frugoletti infreddoliti che i genitori fanno sedere sulle tue ginocchia. Ed era proprio li' che circa due anni prima, conobbi lei e sua figlia, tenera infante, alla quale donai una pallina rimbalzina di un lontano nesquik dell' anno di grazia millenovecento e ottanta uno.
"tieni" le dissi, "ti portera' fortuna e serenita', se farai la buona", il tutto condito dall' "ohohoho" d'ordinanza, of course.
La piccola dimostro' di apprezzare il gesto rosicchiando sin da subito il nuovo gingillo. Tenera.

Strana questa vita, fatta di percorsi che si intrecciano e dividono come geometrie in continuo disfacimento ed evoluzione; due anni dopo aver donato quella pallina a sua figlia, donai a lei, incupita e triste ex mamma, la mia chiave della riproduzione e due palle rimbalzine a corredo.
Eppure due anni prima, in quella circostanza, lei non mi piacque, non era il mio tipo. Si vestiva con bizzarri e lunghi abiti a fiori, scarpe che facevano ridere i polli, era cinerea in volto, ed il contrasto della sua pelle con i capelli castani che le facevano da cornice, mi stimolavano l’insana voglia di chiederle "vive con un maggiordomo di nome Lurch, signorina… come ha detto che si chiama?" (gia', anche allora aveva quel maledetto cartellino di riconoscimento, e già allora era viva la mia idonsincrasia per la lettura).
Stupito ancora per aver ricollegato la delirante sequela di avvenimenti, sentii crescere il brusio delle persone attorno a me, le quali si lamentavano rumorosamente, perche', stando a quanto riuscivo a captare, il metro' era in netto ritardo sul tempo teorico di passaggio, infatti il megafono avviso' poco dopo la gentile clientela che la metro, appunto,(si', proprio quella che avrebbe dovuto riportarmi a casa) era deragliata, e che quella linea sarebbe stata interrotta per tutta la "giornata odiernaLaDirezioneSiScusa".
Poco male, avevo un bel po' di spiccioli: qualche pounds e almeno sette banconote da venti. Raggiunsi l'uscita della sotterranea, laddove v'erano parcheggiati una dozzina di taxi, i quali, avendo udito la notizia del deraglio s'erano appostati sul luogo del delitto come degli avvoltoi.
Presi il primo taxi del lotto, sfortuna volle che a guidarlo ci fosse un omino sulla cinquantina, simpatico, ma maldestro; lo conoscevo gia' perche' presi il suo taxi solo due giorni prima per correre a casa della nonna, colpita da malore, fortunatamente cio' accadde durante una conversazione telefonica con il sottoscritto.
Ad ogni modo, per una tragica fatalita', quel giorno investimmo un batuffolo di pelo bianco, un povero e tenero cagnolino. Non molto lontano da qui, per giunta.
Mi sbalordi' il fatto che lui non si fermo' dopo aver investito la bestiola, ma anzi, prosegui' ad una velocita' quantomeno esagerata, portandomi a destinazione con Paciniana fermezza. Mi chiedo ancora come possano circolare liberamente degli autentici automobilisti allo sbaraglio del suo tipo, eppure ero di nuovo li', dentro quel fottuto macinino giallo.

-nonPrenderòMaiPiùUnTaxi-nonPrenderòMaiPiùUnTaxi-

Il giornale radio interruppe I'm Goin' Mother di Lead Belly, proprio sul piu' bello. L'edizione straordinaria parlo' di una ventina di morti accertati piu' una settantina di feriti, nel deraglio della metro.
Figlio di puttana di un destino: tutto questo casino in una delle rare volte in cui mi muovo di casa.
Ad ogni modo, il viaggio col tassista schizzato volse al termine, non prima di aver cambiato due gomme (sigh), foratesi giusto quattro o cinque chilometri da casa mia. Ormai giunto a destinazione, l'uomo accosto' l'automobile difronte al mio portone, e con un cenno indico' il tassametro; non sapendone decifrare i numeri e non volendomi avventurare in una lettura, per me, difficile e sgradita, gli lasciai quattro delle mie banconote da venti ed un "tenga pure il resto", come a volergli dire: grazie per avermi riportato a casa sano e salvo. Rispose con un ghigno malamente represso, quasi a trattenersi dal ridermi in faccia.

-Home-sweet-home-

Appoggiando le chiavi sul mobiletto in ingresso e mettendo la giacca sull'appendiabiti mi sentii di fatto al riparo da tutto e da tutti.
Il profumo del minestrone ed il calore della stufetta a legna trionfavano in tutte le stanze: ero a casa mia, finalmente. La mamma se ne stava in soggiorno, sulla sua sedia a rotelle, ormai si era definitivamente ripresa dall'incidente, che, qualche mese prima, le tolse l'uso degli arti inferiori. Era in forma: lo si capiva vedendo la boccetta dello xanax, dello zanedip e la confezione di cardiospirina, ancora praticamente intatte.
Stava scrivendo qualcosa a penna su uno di quei giornali per donne alla moda e sfoderava il migliore dei suoi sorrisi. La mamma.
Cercai di fare quattro chiacchiere con lei, prima di fiondarmi sotto la doccia, le raccontai anche della donna e del fatto che non avrei voluto vederla piu'.
Lei ando' su tutte le furie, e non potevo biasimarla, povera mamma, si ritrovava in casa un figlio di trentanni suonati senza uno straccio di lavoro, ne' una femmina pronta a sfornare baguette e bambini. Infatti insistette perche' la richiamassi, disse che quella sarebbe potuta essere una delle mie ultime opportunita' di farmela. Opportunita’ di farmi una famiglia, s’intende.

Ma la mamma non capiva: non mi piaceva per nulla, la tizia; era una delle poche certezze della mia vita, ma continuo' a spronarmi, a dire "chiamala! che ti costa? non e' la prima impressione quella che conta e poi" (continuo' leggendo uno strano giornale plastificato con avvenenti volti di donne niveavisage tappezzate), mi disse che, cito' testualmente dalla rivista che stava brandendo: "essere single a trent’anni puo’ causare danni irreparabili al sistema simpatico e para-simpatico"; non mi sono mai fidato di mia madre, sia chiaro, ma qualcosa mi disse che, forse, quello sarebbe stato il momento adatto per cominciare a farlo.
Se danno c'era, non era conclamato.
Il mio sistema simpatico era ancora intatto.
Chiesi altre spiegazioni, ma non potei proferir parola giacche' mi blocco nell’istante in cui stavo per dare sfogo a tutti i dubbi del caso, e con una certa acredine (shhht, stava facendo il test per vedere se e’ “una donna manager od una casalinga del terzo millennio”, a pagina 36).
C'era poco da fare e portai a termine i propositi di igiene personale: mi fiondai sotto la doccia, se non altro per schiarirmi le idee e sfogare tutta la tensione accumulata.

Dopo qualche giorno di riflessione, in cui tenni il cellulare spento di proposito, presi la coraggiosa decisione di richiamare la donna. Tentai una, due, tre, quattro volte, tutta la mattina, ma lei non rispose al telefono, mai. Cento chiamate. Cento. Cento. Cento.

Evidentemente non era destino.

Poco male: a pranzo la mamma preparo' la Bavarese di peperoni con sfoglie di sale al sedano, Involtini di melanzane, calzagatti fritti, ed una torta di mele (mio dolce preferito) che, pero', fini' bruciata nel forno.
Un presagio di cio' che stava per accadere?
Aprimmo la tivu' per sentire il tigi' di mezzogiorno. Nel sommario, tra le varie notizie, alle quali, per la verita', non prestai particolare attenzione dal momento che discutevo con la mamma circa l'importanza del geologo-talpa negli aristogatti, vidi la foto di quella donna, della mia donna, sullo schermo.
Restai con lo sguardo fisso sul televisore, con un boccone ancora da masticare.

"E si parla ancora di Incidenti casalinghi, una piaga da 1309 vittime, numero accertato solo nei primi sette mesi di quest’anno: ed è notizia di oggi che la donna che alcuni giorni fa resto' gravemente ustionata in seguito all'incendio scaturito dallo scoppio verificatosi nella sua abitazione, e' deceduta alle nove e zero cinque di questa mattina: a nulla sono valsi i tentativi di rianimazione; restano ancora da verificare le cause della tragedia, ancora al vaglio degli inquirenti, anche se la fuga di gas dai fornelli è apparsa da subito come strumento per compiere un folle gesto, al termine di un percorso esistenziale difficile.
Restata vedova due anni prima, e...".

Peccato.
D'altro canto, il fatto di aver appreso, lo stesso giorno, la notizia dell'improvvisa eredita' miliardaria lasciatami da un mio caro zio, mi fece dimenticare in fretta la povera donna e la sua sfortunata storia: ora ero il presidente di un colosso nazionale della birra di cui non ho ben presente il nome.

giovedì 23 giugno 2011

monday spritz.

aprile 1982. gli asia pubblicano "heat of the moment". il videoclip è il sunto di una serie di tappe della vita intervallate da incomprensioni.

devo ammetterlo: mi sentivo piuttosto annoiato. avevo appena terminato il praticantato e prima della valutazione avrei dovuto attendere almeno un'altra settimana. dopo un primo periodo trascorso a letto, o sul divano, o seduto a leggere, o a trangugiare fette di torta e caffè davanti alla tv ho iniziato a riordinare casa: scaffali, stipetti, mensole, armadi. a vuotare pacchi di pasta dentro ad appositi contenitori di plastica, ho sistemato il lavandino del bagno, il piatto della doccia. poi a pulire. prima la polvere, minuziosamente. poi ogni angolo del pavimento. poi le fughe delle piastrelle con un arnese apposito. l'ultima fase, la cucina. preparo lasagne, salse, sughi, faccio bollire vegetali, legumi. divido tutto in monoporzioni da mettere nel congelatore.
il mio appartamento era immacolato, ogni possibile rischio di carestia scongiurato.
quasi nessuno ha mai messo piede a casa mia. vivo in questa città da meno di un anno e lavorando tutto il giorno non sono riuscito a stringere amicizie, non ho creato alcun tipo di legame e tutto il mio futuro è appeso al filo sottile delle buone impressioni. fra qualche giorno, una settimana appunto, riceverò una valutazione per i dieci mesi trascorsi dietro a quella scrivania. 
a volte, di notte, affondo la fronte sul cuscino e attendo che il futuro mi venga rivelato da non so quale misteriosa forza. dentro o fuori.
il fatto è che l'attesa mi sta divorando. ogni tanto credo di non aver fatto niente di buono in questo ultimo periodo e che finirò su di una strada. delle altre credo di aver portato alla mia azienda un tocco di creatività e fantasia, ideale per i progetti che sta portando avanti. 
ma se così fosse mi chiedo perché si prendono tutto questo tempo. 

è lunedì e la maggior parte dei negozi qua attorno sono chiusi, i locali invece continuano a secernere alcolici e discrepanze, discordanze fra vissuto e accaduto, fra udito e sentito, fra capito e compreso. mi fermo in uno dei pochi locali che frequento ogni tanto e chiedo se posso avere una bottiglia d'acqua e una di burbon da portare a casa; seduti al banco un ragazzo e una ragazza al primo appuntamento.
sgamo immediatamente i primi appuntamenti: i maschi dal petto infuori, le donne che si tastano i capelli. le vene del collo in evidenza. i timori che si leggono negli occhi, la paura che le cose da dire finiscano da un momento all'altro, che non ci sia risposta a questa o quella discussione apparecchiata. mi piace pensare che il tizio dalla mascella equina con la belloccia mi guardi e provi un briciolo d'invidia: io aspetto al banco due vuoti a rendere. lui invece dovrà sudare, controllare ogni muscolo del suo corpo. a quanto pare stasera la partita si gioca sulla sobrietà.
lei beve un analcolico? lui beve un analcolico.

l'alcool rende tutto più semplice. ma non nel senso che uno può immaginare, ovvero azzerare problemi in una nube tossica. l'alcool accentua la visione di certi particolari, annebbia la visione d'insieme. ma quando hai difronte una donna la prima volta, puoi sentire il sapore delle sue labbra se l'atmosfera e i drink giusti sono stati poggiati sul banco.
puoi conoscere la sensazione sempre uguale ma a modo suo unica delle labbra che all'inizio si sfiorano, chiedono permesso e delle lingue che penetrano e rovistano ogni angolo delle rispettive bocche.
ami di lei la matita nera e l'abito che è stato scelto per quella serata. lei ti dà ragione, tu le dai ragione. trovi differenze e modi differenti di approcciare l'esistenza che sono diversi dai tuoi e ti spaventano. però lei è così bella che pensi che ci si adatta a tutto. lei parla, ma non la stai ascoltando veramente. stai ascoltando il tuo stomaco, stai ascoltando il rumore di parti del suo corpo che si muovono.