aprile 1982. gli asia pubblicano "heat of the moment". il videoclip è il sunto di una serie di tappe della vita intervallate da incomprensioni.
devo ammetterlo: mi sentivo piuttosto annoiato. avevo appena terminato il praticantato e prima della valutazione avrei dovuto attendere almeno un'altra settimana. dopo un primo periodo trascorso a letto, o sul divano, o seduto a leggere, o a trangugiare fette di torta e caffè davanti alla tv ho iniziato a riordinare casa: scaffali, stipetti, mensole, armadi. a vuotare pacchi di pasta dentro ad appositi contenitori di plastica, ho sistemato il lavandino del bagno, il piatto della doccia. poi a pulire. prima la polvere, minuziosamente. poi ogni angolo del pavimento. poi le fughe delle piastrelle con un arnese apposito. l'ultima fase, la cucina. preparo lasagne, salse, sughi, faccio bollire vegetali, legumi. divido tutto in monoporzioni da mettere nel congelatore.
il mio appartamento era immacolato, ogni possibile rischio di carestia scongiurato.
quasi nessuno ha mai messo piede a casa mia. vivo in questa città da meno di un anno e lavorando tutto il giorno non sono riuscito a stringere amicizie, non ho creato alcun tipo di legame e tutto il mio futuro è appeso al filo sottile delle buone impressioni. fra qualche giorno, una settimana appunto, riceverò una valutazione per i dieci mesi trascorsi dietro a quella scrivania.
a volte, di notte, affondo la fronte sul cuscino e attendo che il futuro mi venga rivelato da non so quale misteriosa forza. dentro o fuori.
il fatto è che l'attesa mi sta divorando. ogni tanto credo di non aver fatto niente di buono in questo ultimo periodo e che finirò su di una strada. delle altre credo di aver portato alla mia azienda un tocco di creatività e fantasia, ideale per i progetti che sta portando avanti.
ma se così fosse mi chiedo perché si prendono tutto questo tempo.
è lunedì e la maggior parte dei negozi qua attorno sono chiusi, i locali invece continuano a secernere alcolici e discrepanze, discordanze fra vissuto e accaduto, fra udito e sentito, fra capito e compreso. mi fermo in uno dei pochi locali che frequento ogni tanto e chiedo se posso avere una bottiglia d'acqua e una di burbon da portare a casa; seduti al banco un ragazzo e una ragazza al primo appuntamento.
sgamo immediatamente i primi appuntamenti: i maschi dal petto infuori, le donne che si tastano i capelli. le vene del collo in evidenza. i timori che si leggono negli occhi, la paura che le cose da dire finiscano da un momento all'altro, che non ci sia risposta a questa o quella discussione apparecchiata. mi piace pensare che il tizio dalla mascella equina con la belloccia mi guardi e provi un briciolo d'invidia: io aspetto al banco due vuoti a rendere. lui invece dovrà sudare, controllare ogni muscolo del suo corpo. a quanto pare stasera la partita si gioca sulla sobrietà.
lei beve un analcolico? lui beve un analcolico.
l'alcool rende tutto più semplice. ma non nel senso che uno può immaginare, ovvero azzerare problemi in una nube tossica. l'alcool accentua la visione di certi particolari, annebbia la visione d'insieme. ma quando hai difronte una donna la prima volta, puoi sentire il sapore delle sue labbra se l'atmosfera e i drink giusti sono stati poggiati sul banco.
puoi conoscere la sensazione sempre uguale ma a modo suo unica delle labbra che all'inizio si sfiorano, chiedono permesso e delle lingue che penetrano e rovistano ogni angolo delle rispettive bocche.
ami di lei la matita nera e l'abito che è stato scelto per quella serata. lei ti dà ragione, tu le dai ragione. trovi differenze e modi differenti di approcciare l'esistenza che sono diversi dai tuoi e ti spaventano. però lei è così bella che pensi che ci si adatta a tutto. lei parla, ma non la stai ascoltando veramente. stai ascoltando il tuo stomaco, stai ascoltando il rumore di parti del suo corpo che si muovono.
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