martedì 5 aprile 2011

3/1/2003

indico l'uomo alla mia sinistra, la ragazza al suo fianco, il ragazzo alla mia destra e invito il pubblico ad applaudire. si eleva un boato di approvazione, il centinaio di presenti si alza in piedi e si consuma le mani in una lunga standing ovation. il mio viso lascia esplodere il migliore dei sorrisi e stringo la mano agli ospiti presenti: corrado, un oncologo, una giornalista.
sembra che corrado risponda bene a questa nuova cura sperimentale. lui è affetto da una particolare forma di leucemia e gli avevano dato due anni di vita. oggi taglia il traguardo del quinto anno, segue un regolare follow up sotto un rigido controllo medico. a parte questo conduce una vita normale.
il pubblico -composto prevalentemente da malati, o da familiari di persone affette da qualche grave male in cerca di briciole di speranza- si intrattiene con il medico presente. stringe la mano di corrado, lo abbraccia. 

accanto alla sala conferenze c'è una piccola zona ristoro con tanto di bar. ordino un caffè americano e mi siedo per leggere una di quelle riviste gratuite dedicate alla compravendita di case. la sfoglio prestando particolare attenzione agli immobili più costosi, viaggio con la fantasia alla sola lettura della frase "trattativa riservata". regalo una forma ad ognuno di quei luoghi inquadrati dal punto di vista del venditore. ogni venditore più che agli arredi sembra voler dare risalto a come ogni singola stanza è illuminata. un po' come per un direttore della fotografia al cinema.
dettagli descritti in didascalie di una decina di righe, seguendo schemi simili che incastrano e raccontano di spazi adattabili, spazi che modellano esistenze altrettano simili, fatte a misura di divani ad angolo e zone cottura. quelle grandi vetrate che danno sul golfo sembrano fatte apposta per me: migliaia di chilometri percorsi dagli occhi sugli orizzonti, tutti uguali ma tutti diversi. 

"grazie. sinceramente" 
sento poggiarsi una mano sulla mia spalla. è corrado, che scosta la sedia, mi toglie il giornale dalla mano con un gesto che assume le connotazioni di un grado di confidenza che non abbiamo e si accomoda difronte a me.

"grazie a te. sei stato eccezionale. la tua lucidità mi ha lasciato a bocca aperta"

"è merito della cocaina"

al tavolo accanto due persone si girano per un istante, poi continuano a parlare.

"eh?"

"coca. bamba. non sarei stato così disinvolto se non avessi avuto una botta a disposizione"

"ma..."

"un malato di cancro non può assumere stupefacenti?"

resto senza parole, sinceramente imbarazzato.

"è la parte migliore di questo male, sai. la gente perdona un sacco di cose a noi malati. perdona ciò che di  brutto abbiamo fatto prima della diagnosi. perdona soprattutto le nostre debolezze"

"perché mi stai raccontando queste cose di te?"

una vibrazione, poi "my sharona". è la suoneria del suo cellulare. parla con una persona. con una donna. lui la rassicura, le dice che arriva subito.

"era mia moglie. è incinta. ancora qualche ora, sembra che ci siamo."

"vuoi un passaggio?"

prima di arrivare all'ospedale c'è un piccolo tratto della statale da superare. corrado è emozionato, scorre le mani sopra le sue cosce, quasi a consumare i suoi poveri jeans. un tratto di strada dal panorama tutto uguale non è molto distensivo: il bersaglio, il punto di arrivo sembra sempre troppo distante.
all'improvviso mi chiede di fermare la macchina ed inizia a vomitare. un fiotto giallognolo finisce sul cruscotto e su parte del parabrezza. si trascina fuori dalla macchina, rantola e continua a vomitare.
inizio a spaventarmi e gli chiedo come va. mi dice che ha bisogno di farsi. 
io gli chiedo di nuovo se si sente bene. e lui mi dice di prendere il la sua giacca. tira fuori una scatola marrone contenente una siringa, un laccio, una busta con della polvere, un cucchiaio, un accendino. mi guardo attorno e stento a credere a quello che sto vivendo.
nel frattempo il suo cellulare continua a squillare. si ferma. poi ricomincia. 
sono in preda al panico e non so cosa fare, corrado ormai è da un'altra parte, è in un altro luogo. 
non so chi chiamare. chi chiami quando un malato di cancro è fatto di eroina e sua moglie aspetta un figlio?
chiamo un'ambulanza? la strada che dovevamo fare era quella.
sì, ma se poi gli chiedono spiegazioni, se poi trovano altra roba e lo arrestano. e se arrestassero me?

never gonna stop, give it up, such a dirty mind 
i always get it up with a touch of the younger kind 
my ey ey by ahee woo! 
ma ma ma my sharona 

il suo telefono continua a squillare. ormai sto sudando e ad ogni squillo ho la tentazione di prendere il cellulare e rispondere. oppure, ancora meglio, spaccarlo con una grossa pietra.
passano decine di minuti che sembrano secoli, non perdo di vista corrado steso a terra, controllo che respiri. lui mi guarda con un ghigno malato.
lo alzo e lo trascino sulla macchina, allacciando la sua cintura come meglio potevo. 
il sole di ottobre è avaro di ore di lavoro e il viola inizia ad essere il colore predominante. 

"corrado. coglione! tua moglie! ti sta chiamando tua moglie! l'ospedale!"

dice frasi sconnesse. cita slogan pubblicitari, poi ride, si assopisce, sembra non capire.
accelero, mi rimangono un paio di curve e ci siamo. corrado sembra riprendere un po' di colore e di lucidità. arrivo difronte all'ingresso, sul lato del pronto soccorso. accosto la macchina e accompagno corrado, faccio un cenno a due infermieri, invocando il loro aiuto. 
con passo svelto si avvicinano con una sedia a rotelle, dove adagiano corrado, completamente fatto, ma decisamente pimpante. gli dico che è un malato di cancro un po' stonato. dico "stonato" non trovando parole migliori.
è stonato dalla chemio, ma ha la moglie che sta partorendo, forse ha già partorito. 


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