domenica 27 marzo 2011

Quadri ad un'esposizione.

questo scritto risale ai primi anni del decennio scorso. non c'è una ragione per la quale mi vada di pubblicarlo, anzi, mi crea in certi passaggi anche un certo imbarazzo. ma appartiene ad una fase della mia vita che da lì in poi mi avrebbe regalato grandi grandi grandi cose.





qualche giorno fa ho avuto modo di riassaporare l'ebbrezza portata dal compiere un viaggio senza aver dormito un solo minuto. è avvenuto tutto nella modalità che preferisco, ovvero senza aver pianificato nulla prima, grazie ad una telefonata di alcuni individui che avevano voglia di vedermi. la sera precedente due amici ed io siamo stati in un contenutissimo casinò di skofije, pieno di gente, per l'appunto, da casinò: relitti ultrasessantenni indebitati con le polo sgualcite, signore con pellicce finte e borsette in similpelle poggiate sopra le slot, altra roba. 
e poi basta, perché i signori distinti, mi si dice, giocano nei weekend. io ho visto venti euro miei venir risucchiati dentro ad una roulette automatica. vedendo il colpo di coda finale della banconota azzurrina ho compreso da subito che non l'avrei più vista. mai più rivista. bai bai.

alle sei del mattino sono stato accompagnato alla stazione. fatto il biglietto mi sono diretto alla volta della piazzona oberdan, teatro weekendarolo di tamarraggini; di giovinotti che mendicano fregne con gli spoiler, di me che la scorgo in quelle occasioni, per provare un pizzico d'invidia non facendolo sapere a nessuno.
poi sono arrivate le luci dell'alba e il film di trieste che si apparecchia descritto in mille salse da mille scrittori che non conosco, ha generato il suo ennesimo remake anche quella mattina, e c'ero anch'io come comparsa. 
il cielo si fa bello per farsi guardare. i bar sfornano brioches e lo stomaco reclama attenzioni. gli occhi si schiariscono. i pensieri convergono tutti sull'improvvisato da farsi.
forte di un'ora e trentacinque minuti di tempo a disposizione e la voglia di riacquisire un po' di senno, parto con il trentasei per posare da pensieroso con lo specchio del mare a farmi da cassa di risonanza.
prima di partire una gentile donna avanti con l'età si ferma a parlarmi per sapere di scioperi, di ritorsioni aziendali... di roba che non mi riguarda perché "oh, signora, io oggi me_ne va_do".
l'autobus si presenta affollato di gente che nutre il desiderio di farsi avvolgere da piumoni e carezze per altri cinque minuti senza dover premere lo snooze della radiosveglia, o che vorrebbe, più semplicemente, fare una cazzo di colazione tranquilla.
il lettore mp3 dispensa emo ad ogni traccia e quando i rullanti fanno casino si sente, dalle cuffie. si sente perché nessuno parla, e Lui, povero lavoratore del centro di fisica teorica, sobbalza, mi guarda per un istante, e poggia di nuovo la guancia sulla propria spalla. il suo piumone è una giacca primaverile, e la colazione è un pensiero che sa di distributore automatico e produttività.

 

poi c'è l'aperitivo della camminata: la piazzetta undici settembre posta al cospetto del monte grisa, culmine della triestemerda, santuario che è stato concepito e costruito per glorificare l'atto della bestemmia.
quando avevo l'abitudine di andare a correre la mattina presto si partiva sempre da questo punto per giungere al castello di miramare. 
p.zza 11/9 - castello
castello - p.zza 11/9



camminando con una certa rapidità, al mio solito, intraprendo il rettilineo retto da sampietrini. 
qui comprendo che andare a dormire sarebbe cosa buona e giusta. poi però realizzo che al termine di tutto mi sveglierei impastato e nervoso per aver gettato al vento dei momenti vissuti in un ritaglio di chilometri, istanti che nel bene o nel male ricorderò con un sorriso... più in avanti. 
lì no. l'unico sorriso era un artificio reso dai miei denti digrignati, per il freddo. 
ho freddo e una fame della madonna, in virtù di un digiuno spezzato solo da un mucchietto di amica chips, fagocitate nottetempo e diluite con poderosi sorsi di union beer che ne hanno estinto l'apporto calorico.



il mare, il molo, il cielo, la fauna, i contorni d'azzurro non offrono alcuno spunto degno di nota: sono amalgamati e sembrano autocompiacersi nel loro semplice esistere. vivono sugli allori di chi ha il miracle blade dalla parte del manico: "o così o aria, ciccio".
aria, ciccio. così ho deciso.
avendo percorso più o meno un chilometro e mezzo non mi resta che pianificare i miei ultimi minuti prima di avviarmi verso la stazione. i bar hanno le serrande abbassate e io mi sento stronzo in quanto affamato. 
mi fermo, guardo l'obiettivo e scatto una foto ricordo da offuscare. ricordo di quand'ero stronzo, affamato e stanco.



proseguo sognando calde poltrone, controllori in acido, partenze, odore di gente, civiltà, il profumo del giornale.
già, perché c'è da dire che il panorama offerto dal lungomare "benedetto croce" la prima mattina non è di per sé desolante, però c'è solo gente che corre. cammini e ad ogni tot senti incalzare qualcuno che ansima e/o sputa, introdotto dal rumore in rapida sequenza delle suole di gomma sul cemento.
fa freddo. non tanto, ma io sono frocio dentro, pallido, stronzo affamato e stanco. e ho sempre più freddo degli altri.



il sole salta fuori e lo accolgo come una rockstar che fa il suo ingresso sul palco.
ma non scalda, questo sole, non scalda per un cazzo. 
è una rockstar che fa le cover degli slipknot in unplugged con mino reitano alla voce.
è un segnale: trieste mi vuole fuori dai coglioni, e alla fermata mancano una manciata di passi, poi c'è la stazione, il bar, il treno e io godo, godo profondamente.
alla stazione incontro due ex-compagne fuori sede del primo anno che stanno per ripartire verso casa. 
senza eyeliner, né un filo di trucco. sono felici e belle.

riciclata

si parte.
il viaggio, l'esperienza, i frammenti trascritti nel quablock color arancio, calcano un qualsiasi altro spostamento da me fatto in precedenza e non ho intenzione di riportare nulla, perché è stata una bella giornata e non so descrivere a modino le cose belle.
neanche con le immagini, riporterò nulla, perché ho scaricato le duracell, per fotografare un cinese dormiente, un lampione, quattro papere in un acquitrino, ed uno stronzo affamato, stanco e sereno.

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