giovedì 17 marzo 2011

percorro il viale,

ultimo tratto del tragitto che porta a meno di cento passi dalla scuola. stringo la mano di mia madre che è sudaticcia e non ho il tempo di rendermi conto che stiamo deviando il percorso, la falcata si interrompe ad una cabina del telefono dove sento una quantità infinita di gettoni cadere nella cassa posta sotto all'apparecchio. probabilmente lei non se ne rende conto ma la forza della pressione della sua mano sulla mia mi sta facendo male, sento però che qualsiasi mia lamentela sarà ignorata o, ancora peggio, punita.
alcuni passanti la osservano malcelando un certo imbarazzo quando le loro occhiate furtive colme di timidi giudizi vengono captate da quella donna furente con gli occhi di ghiaccio.
la mamma ad un certo punto gesticola attirando l'attenzione di un'anziana che qui conosciamo tutti perché si occupa dei bambini del vicinato. lascia il telefono sopra l'apparecchio per parlarle, la cornetta scivola e inizia a penzolare. dopo uno scambio vengo affidato a questa corpulenta nonna di tutti che mi accompagna alla porta di metallo verde dell'edificio e mi regala una caramella dura a forma di limone con la carta tutta appiccicata.

l'ora di italiano. ci stavano spiegando che ogni individuo ha uguali diritti e doveri, che siamo persone.
al suo pronunciare la parola "persone" mi sorprendo di appartenere a questa categoria che attribuivo agli adulti, come se per essere "persona" si dovesse completare qualche percorso, seguire una procedura, firmare dei fogli, raggiungere una determinata età.
è l'ora della ricreazione e mi accorgo di fissare un punto senza alcuna ragione. mi giro e nel giardino di ghiaia non c'è più nessuno. provo un forte imbarazzo, penso per un secondo che tutti abbiano abbandonato quel ritaglio di sassolini e cemento chiedendosi che cosa stesse guardando quel bambino. 

la domenica era il giorno della stesura del tema dal titolo "che cosa hai fatto nel tuo giorno di festa". io inventai di sana pianta una storia ispirata ad un fumetto che usciva ogni settimana su di una rivista per bambini.
fra di noi, tre o quattro dovevano leggere il proprio lavoro, e c'era questo ragazzo, questa persona dal naso grande che raccontava di aver visto "balla coi lupi" al cinema, con i suoi genitori. ad un certo punto ricordo la frase di una notevole ironia e comicità.

"poi è successa una cosa brutta e si sono spente le luci: era finito il primo tempo".

stiamo iniziando il programma di geometria. la maestra brandisce un enorme goniometro di legno e stende figure con certosina precisione. per la prima volta vedo la lavagna piena di segni e di figure. ho paura di non sentirmi all'altezza.
le mani stanche con tutte le venature in rilievo e i polpastrelli completamente sporchi di gesso della nostra insegnante comunicano che abbiamo compiuto un passo in avanti, siamo usciti dalle forme associate alle parole, niente più animali a cui trovare un nome, siamo usciti dagli stampatelli, ogni cosa è adesso ragionata, ogni spazio calcolato. è arrivato il momento di unire una serie di punti, di attivare gli ingranaggi, di mettere assieme tutto ciò che è stato detto e fatto in questi due anni. che se ora le azioni non saranno eseguite subiremo un rimprovero, come i grandi, come le persone.

(11/2/1996)

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