lunedì 8 agosto 2011

Credo di non aver mai aperto un libro in vita mia,


Non ho mai letto nulla. Nel vero senso della parola. Ho guardato tante figure colorate, un sacco di didascalie in cirillico marchiate su delle profumate copertine, etichette di polli arrosto, loghi di bevande makeruttoniche, una considerevole quantita’ di rilegature. Ma null’altro. Lo giuro. Un giorno mi capito’ di dover uscire a pranzo da una tizia con la quale conversai in metropolitana a proposito della campagna pubblicitaria messa in atto da un noto editore di fumetti porno per feticisti <reggimi il gioco, anche se non profuma>; fu una chiacchierata tutto sommato piacevole, il concretizzarsi della sensazione di averla già vista da qualche parte tenne vivo il mio interesse per il suo farfugliare qualcosa, ma l’impegno, oh, l'impegno col passare dei minuti si dimostro' considerevole; lei condiva i suoi discorsi a suon di paroloni, di laddove, di congetture, di entropie autoindotte, roba che se non leggi i libri non puoi far altro che annuire, accennando magari un sorriso di circostanza (mi grattavo la testa, forse per questo son risultato meno credibile); se non altro era carina, si scartava, si succhiava, si mangiava, ma, perdio, non si leggeva. Fatta ad eccezione per l'inseparabile cartellino con il suo nome_cognome_numerodimatricola (che, vi giuro non lessi, MAI) il quale fini' ai piedi del letto assieme al resto dei vestiti, il giorno del pranzo.
E' stato bello fare all'amore con lei. Scartarla succhiarla mangiarla; fu meno bello restare a digiuno, poiche' travolti dalla passione.
Ma la cosa davvero tragica e' stata la tortura inflittami dal dover sentire la storia della sua vita subito dopo aver consumato; fu un supplizio, specie una persona solare e positiva come me, non ne parliamo.

Me ne stavo rintanato tra le lenzuola di flanella e tenevo gli occhi sbarrati, fissi sul riflesso della luce dell'abajour sul soffitto, architettando nella mia testa un escamotage per levare le tende senza risultare sgarbato, ma lei non esito' a raccontarmi che faceva la maestra all’asilo, che suo marito mori’ sotto il sole riminese circa un anno prima per aver ingerito 15 cl di una birra ghiacciata (di cui non ricordo il nome, ma so per certo che c’era scritto sulla lattina che conservava sul comodino, tra la foto di un terrier bianco, di un'ecografia, e quella del defunto) prosegui' dicendomi che la sua bambina mori' soffocata da una pallina rimbalzina e che, infine, il suo cagnolino venne travolto da un pirata della strada, solo due giorni prima. Il tutto in una sequenza interminabile di parole, scandite soltanto da delle lunghe tirate di sigaretta.
Se le avessi ricordato che il nostro pranzo era ancora sul fuoco, si sarebbe precipitata a preparare qualcos altro, costringendomi a prolungare oltre la mia presenza in quell'angusto bilocale. Non potevo permetterlo.

Quasi rassegnato, intavolai una discussione per rendermi interessante, e, per far trascorrere il tempo il piu' velocemente possibile mi finsi laureando in medicina ed esposi una teoria elaborata dal dottor Guerino Swarzbauer insieme al sottoscritto, la quale prevedeva analogie tra la contrazione dell'utero ed il suono del basso.
Lei non batte' ciglio, ne' si degno' di girarsi dal fianco per ammirare la dimostrazione lenzuolografica della teoria succitata che allestii per rendere piu' credibile cio' che andavo esponendo.

Facevo scorrere tra le mani qualche centimetro di lenzuolo disposto a mo' di buco e, mentre tenevo le labbra socchiuse improvvisando il giro di basso di Smoke on the water, ampliavo la circonferenza della vagina di flanella.
Ma ancora nulla. Silenzio assoluto.
Nella stanza si era espanso l'odore insopportabile del tritato di cipolla abbrustolito ed il debole crepitio di una pancetta che non aveva piu' nulla da dare.
Le speranze di poter uscire presto da quella casa se ne stavano andando in fumo assieme al nostro pranzo.
"vado un attimo in bagno", le dissi, lei non apri' bocca.
Non feci in tempo a dire "sarebbe cortese rispond.." che lei si dispose supina, cominciando a boccheggiare con quell’inequivocabile smorfia decontratta e cadaverica (shhh! stava dormendo, la troia!)

Scesi dal letto in un nanosecondo come un perfetto sciupafemmine, non prima di aver realizzato un fantoccio di fortuna, disponendo verticalmente il cuscino sulla piazza del letto, che fino a poco tempo prima era la mia prigione: mai mossa fu piu' azzeccata.
Pochi istanti dopo essermi alzato la vidi, mentre nel sonno andava a tastoni con il palmo della sua mano nel tentativo di raggiungere il mio corpo. Dal canto mio saltellavo per tentare di infilarmi le scarpe, un po' come avrebbe fatto un cowboy bersaligato ai piedi dai i colpi di pistola dello sceriffo.
Messa la giacca uscii in fretta e furia dalla camera, lasciando la donna tra le braccia di morfeo mentre palpeggiava, estasiata, il suo cuscino. Attraversai il corridoio e finii dritto in cucina. Sui fornelli, stranamente spenti, c'erano una pentola ed un tegame: la prima, originariamente destinata alla pasta, si era quasi totalmente svuotata, nella seconda c'era il soffritto -ahinoi- carbonizzato. Non mi soffermai oltre sul dettaglio, perche' quella maledetta cavalcata delle valchirie, trillo di default del suo nokia 5110, mise in pericolo, con la sua prepotenza, il mio piano di fuga ormai vicino al successo, quindi scappai, prima che lei, sentendo suonare il suo cellulare, potesse alzarsi.
Chiusi la porta silenziosamente con un gesto di chirurgica precisione e me ne andai quatto quatto.
Ero in salvo. Quella donna nuda non poteva piu' farmi nulla. I suoi tristi trascorsi erano un lontano ricordo, ma in fondo sapevo che non era finita li', che quella giornata sarebbe arrivata al termine solamente dopo qualche travaglio. Qualche travaglio ancora.

Nella breve camminata dalla casa della donna alla stazione della metropolitana realizzai dove l'avevo vista. Ebbene si', tutto torno' in un batter d'occhio: ogni anno, verso le festivita' natalizie, per racimolare qualche soldino mi reco in uno dei piu' grossi centri commerciali della regione vestito da Babbo Natale, e assieme a me due impiegati delle poste vestiti da folletti. La prassi vuole che sia il Babbo Batale di turno a racimolare qualche cianfrusaglia dalla propria cantina, per poi donarla ai frugoletti infreddoliti che i genitori fanno sedere sulle tue ginocchia. Ed era proprio li' che circa due anni prima, conobbi lei e sua figlia, tenera infante, alla quale donai una pallina rimbalzina di un lontano nesquik dell' anno di grazia millenovecento e ottanta uno.
"tieni" le dissi, "ti portera' fortuna e serenita', se farai la buona", il tutto condito dall' "ohohoho" d'ordinanza, of course.
La piccola dimostro' di apprezzare il gesto rosicchiando sin da subito il nuovo gingillo. Tenera.

Strana questa vita, fatta di percorsi che si intrecciano e dividono come geometrie in continuo disfacimento ed evoluzione; due anni dopo aver donato quella pallina a sua figlia, donai a lei, incupita e triste ex mamma, la mia chiave della riproduzione e due palle rimbalzine a corredo.
Eppure due anni prima, in quella circostanza, lei non mi piacque, non era il mio tipo. Si vestiva con bizzarri e lunghi abiti a fiori, scarpe che facevano ridere i polli, era cinerea in volto, ed il contrasto della sua pelle con i capelli castani che le facevano da cornice, mi stimolavano l’insana voglia di chiederle "vive con un maggiordomo di nome Lurch, signorina… come ha detto che si chiama?" (gia', anche allora aveva quel maledetto cartellino di riconoscimento, e già allora era viva la mia idonsincrasia per la lettura).
Stupito ancora per aver ricollegato la delirante sequela di avvenimenti, sentii crescere il brusio delle persone attorno a me, le quali si lamentavano rumorosamente, perche', stando a quanto riuscivo a captare, il metro' era in netto ritardo sul tempo teorico di passaggio, infatti il megafono avviso' poco dopo la gentile clientela che la metro, appunto,(si', proprio quella che avrebbe dovuto riportarmi a casa) era deragliata, e che quella linea sarebbe stata interrotta per tutta la "giornata odiernaLaDirezioneSiScusa".
Poco male, avevo un bel po' di spiccioli: qualche pounds e almeno sette banconote da venti. Raggiunsi l'uscita della sotterranea, laddove v'erano parcheggiati una dozzina di taxi, i quali, avendo udito la notizia del deraglio s'erano appostati sul luogo del delitto come degli avvoltoi.
Presi il primo taxi del lotto, sfortuna volle che a guidarlo ci fosse un omino sulla cinquantina, simpatico, ma maldestro; lo conoscevo gia' perche' presi il suo taxi solo due giorni prima per correre a casa della nonna, colpita da malore, fortunatamente cio' accadde durante una conversazione telefonica con il sottoscritto.
Ad ogni modo, per una tragica fatalita', quel giorno investimmo un batuffolo di pelo bianco, un povero e tenero cagnolino. Non molto lontano da qui, per giunta.
Mi sbalordi' il fatto che lui non si fermo' dopo aver investito la bestiola, ma anzi, prosegui' ad una velocita' quantomeno esagerata, portandomi a destinazione con Paciniana fermezza. Mi chiedo ancora come possano circolare liberamente degli autentici automobilisti allo sbaraglio del suo tipo, eppure ero di nuovo li', dentro quel fottuto macinino giallo.

-nonPrenderòMaiPiùUnTaxi-nonPrenderòMaiPiùUnTaxi-

Il giornale radio interruppe I'm Goin' Mother di Lead Belly, proprio sul piu' bello. L'edizione straordinaria parlo' di una ventina di morti accertati piu' una settantina di feriti, nel deraglio della metro.
Figlio di puttana di un destino: tutto questo casino in una delle rare volte in cui mi muovo di casa.
Ad ogni modo, il viaggio col tassista schizzato volse al termine, non prima di aver cambiato due gomme (sigh), foratesi giusto quattro o cinque chilometri da casa mia. Ormai giunto a destinazione, l'uomo accosto' l'automobile difronte al mio portone, e con un cenno indico' il tassametro; non sapendone decifrare i numeri e non volendomi avventurare in una lettura, per me, difficile e sgradita, gli lasciai quattro delle mie banconote da venti ed un "tenga pure il resto", come a volergli dire: grazie per avermi riportato a casa sano e salvo. Rispose con un ghigno malamente represso, quasi a trattenersi dal ridermi in faccia.

-Home-sweet-home-

Appoggiando le chiavi sul mobiletto in ingresso e mettendo la giacca sull'appendiabiti mi sentii di fatto al riparo da tutto e da tutti.
Il profumo del minestrone ed il calore della stufetta a legna trionfavano in tutte le stanze: ero a casa mia, finalmente. La mamma se ne stava in soggiorno, sulla sua sedia a rotelle, ormai si era definitivamente ripresa dall'incidente, che, qualche mese prima, le tolse l'uso degli arti inferiori. Era in forma: lo si capiva vedendo la boccetta dello xanax, dello zanedip e la confezione di cardiospirina, ancora praticamente intatte.
Stava scrivendo qualcosa a penna su uno di quei giornali per donne alla moda e sfoderava il migliore dei suoi sorrisi. La mamma.
Cercai di fare quattro chiacchiere con lei, prima di fiondarmi sotto la doccia, le raccontai anche della donna e del fatto che non avrei voluto vederla piu'.
Lei ando' su tutte le furie, e non potevo biasimarla, povera mamma, si ritrovava in casa un figlio di trentanni suonati senza uno straccio di lavoro, ne' una femmina pronta a sfornare baguette e bambini. Infatti insistette perche' la richiamassi, disse che quella sarebbe potuta essere una delle mie ultime opportunita' di farmela. Opportunita’ di farmi una famiglia, s’intende.

Ma la mamma non capiva: non mi piaceva per nulla, la tizia; era una delle poche certezze della mia vita, ma continuo' a spronarmi, a dire "chiamala! che ti costa? non e' la prima impressione quella che conta e poi" (continuo' leggendo uno strano giornale plastificato con avvenenti volti di donne niveavisage tappezzate), mi disse che, cito' testualmente dalla rivista che stava brandendo: "essere single a trent’anni puo’ causare danni irreparabili al sistema simpatico e para-simpatico"; non mi sono mai fidato di mia madre, sia chiaro, ma qualcosa mi disse che, forse, quello sarebbe stato il momento adatto per cominciare a farlo.
Se danno c'era, non era conclamato.
Il mio sistema simpatico era ancora intatto.
Chiesi altre spiegazioni, ma non potei proferir parola giacche' mi blocco nell’istante in cui stavo per dare sfogo a tutti i dubbi del caso, e con una certa acredine (shhht, stava facendo il test per vedere se e’ “una donna manager od una casalinga del terzo millennio”, a pagina 36).
C'era poco da fare e portai a termine i propositi di igiene personale: mi fiondai sotto la doccia, se non altro per schiarirmi le idee e sfogare tutta la tensione accumulata.

Dopo qualche giorno di riflessione, in cui tenni il cellulare spento di proposito, presi la coraggiosa decisione di richiamare la donna. Tentai una, due, tre, quattro volte, tutta la mattina, ma lei non rispose al telefono, mai. Cento chiamate. Cento. Cento. Cento.

Evidentemente non era destino.

Poco male: a pranzo la mamma preparo' la Bavarese di peperoni con sfoglie di sale al sedano, Involtini di melanzane, calzagatti fritti, ed una torta di mele (mio dolce preferito) che, pero', fini' bruciata nel forno.
Un presagio di cio' che stava per accadere?
Aprimmo la tivu' per sentire il tigi' di mezzogiorno. Nel sommario, tra le varie notizie, alle quali, per la verita', non prestai particolare attenzione dal momento che discutevo con la mamma circa l'importanza del geologo-talpa negli aristogatti, vidi la foto di quella donna, della mia donna, sullo schermo.
Restai con lo sguardo fisso sul televisore, con un boccone ancora da masticare.

"E si parla ancora di Incidenti casalinghi, una piaga da 1309 vittime, numero accertato solo nei primi sette mesi di quest’anno: ed è notizia di oggi che la donna che alcuni giorni fa resto' gravemente ustionata in seguito all'incendio scaturito dallo scoppio verificatosi nella sua abitazione, e' deceduta alle nove e zero cinque di questa mattina: a nulla sono valsi i tentativi di rianimazione; restano ancora da verificare le cause della tragedia, ancora al vaglio degli inquirenti, anche se la fuga di gas dai fornelli è apparsa da subito come strumento per compiere un folle gesto, al termine di un percorso esistenziale difficile.
Restata vedova due anni prima, e...".

Peccato.
D'altro canto, il fatto di aver appreso, lo stesso giorno, la notizia dell'improvvisa eredita' miliardaria lasciatami da un mio caro zio, mi fece dimenticare in fretta la povera donna e la sua sfortunata storia: ora ero il presidente di un colosso nazionale della birra di cui non ho ben presente il nome.

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