lunedì 7 maggio 2012

12-9-2000


Nelle occasioni speciali mettevo sempre quella felpa blu con il cappuccio, dopo anni sembrava ancora nuova ed era avvolgente quanto un lenzuolo in flanella. Quel giorno finì nel ciclo della lavatrice perche' la macchiai, tempo addietro, mentre stavo mietendo il campo di Kaiser Soze, l'acre frutto della gentilezza, finito pochi giorni prima (reclamato con insistenza e prepotenza al mercato), cosi' la macchiai, la macchiai di gentilezza, con il suo succo color lilla.
Erin, splendida, possedeva quella radiolina arancione sempre in AM, sintonizzata sulle note di qualche menestrello del futuro, in uno streaming morbido, scandito da un crepitio appena percepibile, ed appesa nel manico del portapiante, essa faceva da distributore ufficiale di colori, cassa di risonanza si suoni ed odori, accanto alla merce, sicuramente più appetibile in virtù di ciò, benché sporca di terra.
Si sdraiava su di una poltrona, la mia Erin, quando non voleva essere disturbata e leggeva libri per bambini.
Eric Malpass, le sette del mattino ed il mondo che era ancora in ordine, faceva di Eric il defunto protagonista della sua catasta di fascicoletti.

Nel tragitto mi capitava di incrociare Lo Svedese, goffo biondino della mia stessa età. Egli distribuiva fogli di carta millimetrata, nella via che conduceva al centro del paese, e spesso li scambiava per buoni consigli o fogli di seta ricamati. Scambio che non ebbi mai la cortesia di concedergli.
Decise di unirsi a me, quella mattina.
La strada si presentava tortuosa, malamente asfaltata, inforcata da dei pali trasparenti, con segnali equivoci, piantati dalla stessa Erin, dissero i piu'.
Lo Svedese si mise sulle spalle il mio invicta, e si mangio' tutta la mia colazione, mentre io facevo attenzione alle buche. Poco male, Erin mi avrebbe rifocillato.
Ero terrorizzato dall'idea di incontrare dei clown in borghese, nonostante non comparissero mai prima di mezzogiorno e noi stavamo procedendo ad un buon passo quando il sole stava appena sorgendo, e di uomini struccati, nemmeno l'ombra. Ci lasciammo alle spalle la strada asfaltata.
Finalmente le case!
Strade a ciottoli.
Casette bianche, graziose, arredate all'esterno da finti mulini in legno scuro, tetti rossi, giardini con calendule dopate e giovani massaie che ivi stendevano il bucato, mediante corde fissate su robusti ciliegi, tra regolari tappeti d'erba.
Erin era ormai ad un passo, lo Svedese ed io scherzavamo, fantasticando sui rivoli geometrici delle nuvole, che avevano tutte quante la forma di grosse tette.

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