lunedì 31 gennaio 2011

è domenica,

e arrivo alla fiera del disco circa venti minuti prima della chiusura. la struttura della stessa è rimasta immutata nel corso del tempo, così come le facce.
ci si trova un po' di tutto: popolare italiana, epic metal, pop inglese, punk, hardcore, trentatrè giri di vasco rossi. la fauna è un puro concentrato di stereotipi. il tizio con i capelli cotonati, l'irlandese stempiato coi capelli rossi. gente alla quale attribuisci un genere d'appartenenza sulla base della capigliatura. mi destreggio. incontro un ragazzo che ha avviato uno studio di registrazione. mi lascia un biglietto da visita, ma io affermo che no, non è mia intenzione registrare nulla.
giro l'angolo e mi si palesa davanti un uomo sulla cinquantina con barba ed una fluente chioma incredibilmente castana; il tale, che ho conosciuto in sinistre circostanze circa cinque anni fa, trasuda disperazione perché vorrebbe acquistare tutto. compreso un live dei rockets. ma io qui non ho argomenti. i rockets mi fanno cagare. accanto a lui un'amica che suppone di conoscermi dice di trovarmi dimagrito. sorrido e le dico che non è assolutamente possibile.

una coppia stretta nel calore delle mani intrecciate sorride complice di musiche e liriche che rattoppano istanti persi nel tempo. le polaroid del loro amore, della condivisione del loro vissuto è lontana dall'ingiallimento, dalla stagnazione dei giorni che passano, tutti uguali. e consumano tanto entusiasmo nella stesura del ricordo, quanto ne producano nel fermare l'immagine di questa giornata da anime gemelle in mezzo a solitudini underground.

alzo la testa da uno scaffale e fuori dalla finestra tutto appare grigio. è scesa la nebbia e oltre alle inferriate della struttura niente è visibile.
capito ad un banchetto, dal quale svettano centinaia di bootleg in dvd. sento un uomo conversare in inglese con un altro. parlano della codifica dei dvd, e se questi siano visibili anche da un comune lettore. ed il titolare ci tiene a far sapere che quelle meraviglie sono state immortalate e digitalizzate anche per l'uso di apparecchi datati. rovisto, passo in rassegna le copertine. volti sudati durante un assolo. sguardi ammiccanti. chitarre alzate al cielo. pubblico sazio. volti di femmine adoranti. benessere.
aspetto che concludano il siparietto e mi rivolgo a lui per chiedergli se effettua spedizioni postali. mi dice che non si può fare.

faccio quattro passi in mezzo a banchi di nebbia per raccogliere la macchina. un uomo mi chiede quale sia il tragitto migliore per arrivare a piedi in una certa zona della periferia. gli offro un passaggio. domani, dice, lascia la città dopo una permanenza di due settimane, e mi chiede se qui c'è sempre questa fitta nebbia. gli rispondo di sì.

complementi d'arredo.

mio padre è morto da circa quattro ore quando un'infermiera mi chiede se voglio vuotare il suo armadietto.
accendini, una radio portatile un pacchetto di ms. una busta con dieci foto.
nella prima mio padre è giovane, ha meno anni di quanti ne abbia io adesso. sorride scherzosamente reggendo un grammofono molto pesante dando risalto allo sforzo compiuto, come giocasse a fare primo carnera. la smorfia spinta dalla fatica gli tende i muscoli del viso. sullo sfondo una vecchia credenza con dei fiori appassiti ed un centrotavola bianco e ricamato che pende da un bordo, come se lo strumento fosse stato sollevato da lì. 

un degente, dal lato opposto della stanza chiede se posso riempire la sua brocca con dell'acqua; nel mentre, un anziano dottore gli si avvicina e con un confidenziale buffetto sulla caviglia gli chiede come si sente oggi.

in un'altra foto ci sono due donne. una austera, dal viso stanco ed i capelli grigi. l'altra, con un lunghissimo vestito a fiori smanicato porta dei lineamenti più gentili e poggia le mani sulle spalle dell'anziana (madre?). sembrano vittime di una posa programmata, scelta da un fotografo. dietro di loro una chiesa di un qualche pezzo di provincia.

zoccoli ciabattano fra i corridoi. sono praticanti, i cui sberleffi reciproci smollano quella tensione carica di aspettative, ansie da prestazione. in camici così grandi ed inadatti che sembrano dei bambini travestiti da fantasmi.

sono gli anni 90 e mio padre ha qualche capello grigio. porta dei pantaloni bianchi con la vita alta, una bruttissima camicia hawaiana e non sa di essere immortalato. chiacchiera con qualcuno, con una bottiglia (di birra?) in mano. nel momento in cui la foto che stringo fra indice e pollice è stata scattata ero malapena adolescente e mi stavo sicuramente chiedendo dove fosse.

un rumore sordo dall'esterno. qualcuno ha rovesciato qualcosa. e qualcun altro riprende questo qualcuno.

uno scatto partito per sbaglio al quale non riesco ad attribuire una collocazione temporale. c'è una valigia poggiata nel centro del letto di una camera d'albergo. non riesco a comprendere se sia stato l'inizio o la fine di una vacanza.